Anno sabbatico dopo il diploma: cosa scelgono davvero i giovani italiani prima dell’università
Per decenni il percorso post-diploma in Italia ha seguito un binario quasi obbligato. Esame di maturità a giugno, iscrizione all’università entro l’estate, primo semestre accademico a ottobre, senza pause nel mezzo. Qualcosa, negli ultimi anni, si è incrinato in questo schema. Cresce il numero di neodiplomati che sceglie di dedicare un periodo, prima dell’immatricolazione, a esperienze lontane dai banchi.
Un’abitudine presa in prestito da altri paesi
Il cosiddetto anno sabbatico, o gap year, è pratica consolidata da tempo in Regno Unito, Australia, Stati Uniti. Lì è un’opzione riconosciuta, e in certi casi le università stesse la incoraggiano. In Italia resta un fenomeno minoritario, questo va detto con chiarezza. Ma l’interesse cresce, anno dopo anno, alimentato anche da un cambio generazionale nel modo di intendere il tempo dedicato alla formazione. I diciannovenni di oggi, esposti più delle generazioni precedenti a racconti ed esperienze internazionali attraverso i social, guardano al rinvio dell’ingresso in università senza viverlo come un ritardo nella propria vita.
Perché si sceglie questa strada
Le motivazioni non sono mai una sola. C’è chi arriva alla maturità sfinito da tredici anni di scuola, e sente il bisogno di respirare prima di affrontare un altro ciclo di studi impegnativo. C’è chi non ha ancora le idee chiare su quale facoltà scegliere, e preferisce prendersi tempo piuttosto che iscriversi per esclusione a un corso che non sente davvero suo. E c’è chi, semplicemente, vede in questi mesi l’occasione per fare esperienza di autonomia, lontano da casa, prima di tuffarsi negli anni universitari.
Come si riempiono concretamente questi mesi
Le scelte variano parecchio, a seconda delle possibilità economiche e delle inclinazioni di ciascuno. Alcuni lavorano, spesso con contratti stagionali, mettendo da parte qualche risparmio e facendo una prima vera esperienza professionale. Altri puntano su corsi di lingua all’estero, o brevi percorsi formativi mirati. Altri ancora scelgono il volontariato a Milano o in altre città italiane, spesso attraverso organizzazioni che costruiscono programmi pensati apposta per questa fascia d’età – progetti che vanno dal sociale all’ambientale. Sono esperienze che finiscono spesso per pesare, più avanti, anche nella costruzione del proprio curriculum: un elemento che distingue chi lo ha vissuto da chi arriva all’università con un percorso scolastico privo di deviazioni.
Genitori scettici, dati che raccontano altro
Non tutte le famiglie guardano bene a questa scelta. Chi è cresciuto in un’epoca in cui il percorso scuola-università non ammetteva interruzioni tende a temere che dodici mesi di pausa si trasformino in un calo di motivazione, se non addirittura in un abbandono definitivo degli studi. Eppure i dati raccolti nei paesi dove il gap year è pratica da tempo consolidata raccontano tutt’altro: la maggioranza di chi sceglie questa strada torna poi regolarmente a studiare, spesso con una determinazione più solida di chi si è iscritto senza convinzione vera, seguendo semplicemente l’inerzia del calendario scolastico.
Un cambiamento culturale che l’Italia sta ancora assorbendo
Il sistema universitario italiano non è ancora del tutto pronto ad accogliere questo tipo di percorso, va detto senza girarci intorno. In molti atenei mancano procedure semplici per rinviare l’immatricolazione, così come forme di riconoscimento formale per le esperienze maturate durante l’anno sabbatico. È un limite segnalato da tempo da chi osserva il sistema educativo, che nota come altri paesi abbiano già inserito questa fase in modo strutturale nei loro percorsi di orientamento. L’Italia, per ora, si affida quasi solo all’iniziativa delle singole famiglie e dei singoli ragazzi – senza un vero sostegno istituzionale a una scelta che, comunque, continua a diffondersi tra i neodiplomati del paese.
